Il Salar de Uyuni, per chi vi si reca come turista, significa essenzialmente un accecante ed immenso paradiso terrestre, ciò che è rimasto del prosciugamento del Lago Minchin, dando vita a due laghi ed un deserto salato, oltre ad una distesa grande 12.106 kmq, con 11 strati salini in media di 7-10 mt di spessore (il Salar de Uyuini, appunto). Tuttavia la maggioranza di chi si trova in quelle zone oggi ha lo scopo di documentarne sensazioni e movimenti come hanno fatto Diletta Varlese o Tyler Bridges nei loro reportages o perché lì è individuato il più grande giacimento al mondo dell’oro “bianco” ben presto destinato a soppiantare quello “giallo” e quello “nero” nei desideri di capi di stato, imprenditori, perfino nei sogni di riscatto della manodopera: il litio. Tutto ciò spiega perché ormai da anni, le più importanti ditte interessate a far vivere con il litio, cellulari, computer, calcolatori, mezzi elettronici di ogni tipo e perfino automobili, siano qui ad esaminare il Salar, a cercare trattative con il “proprietario” boliviano, il presidente Evo Morales che ha nazionalizzato tutte le risorse del paese, a fare analisi, previsioni ed offerte. I primi a giungere per essere presto cacciati furono gli americani della Lithco nel lontano 1990. Oggi i tempi sono cambiati e sebbene nulla è svendibile, si può trattare o almeno così sembrava, visto che la Bolivia ha annunciato in questi giorni per tramite del suo ministro delle Miniere Freddy Beltran di volersi lanciare da solo in questa corsa all’oro, con la prosecuzione del progetto pilota della Corporación Minera de Bolivia (Comibol) impegnata nella costruzione di piscine di vaporizzazione e di impianti di conversione, lasciando a bocca asciutta tutte le ditte che erano arrivate qui, piene di soldi, progetti e speranzose in joint-venture. Sono giunti da ogni parte del mondo: dalla Francia Bollorè con l’impresa metallurgica Eramet, le giapponesi Mitsubishi Motors con Sumitomo e Japan Oil, Toyota con Matsuhita, Nec e Nissan, perfino la Wolkswagen con la Sanyo, la LG dalla Corea. Giappone e Francia sembravano in pole-position, ma poi sono arrivati gli americani di GM e Chrysler, che prima della grande crisi (anche se i propositi restano quelli) ha programmato tre prototipi con motore elettrico e batterie a ioni-litio (Chrysler EV, Jeep EV e Dodge EV), così come si lavora in tal senso in casa Renault e Mitsubishi. E poi non potevano mancare i russi (con l’onnipotente colosso Gazprom, interessato perlopiù al gas) ed i cinesi. D’altronde, secondo uno studio condotto proprio dal Servizio Geologico degli Stati Uniti, in ballo ci sono 500 milioni di tonnellate di carbonato di litio, sebbene la Dirección de Recursos Evaporíticos (Direb) e la Comibol abbiano già messo le mani avanti, affermando che con le moderne tecnologie soltanto 140 milioni di tonnellate sarebbero al momento estraibili, con una riserva rimanente di 350 milioni di tonnellate. Cifre da capogiro che però non coprono la richiesta necessaria all’impresa automobilistica che secondo le analisi della Mitsubishi, avrebbe bisogno di 500mila tonnellate di litio all’anno, troppi visto che l’industria elettronica si appropria di litio in percentuali già enormi. Inoltre soltanto 20mila tonnellate all’anno di carbonato di litio e materiali separati saranno realmente disponibili entro il 2015, per il prodotto finito. Il vero problema è che il consorzio Nikkei (Mitsubishi, Sumitomo e Japan Oil), la coreana LG e la francese Bollorè hanno presentato offerte solo per avere la materia prima, mentre il presidente Morales che tratta in prima persona, chiede industrializzazione, manodopera in loco e tariffe secondo i nuovi adeguamenti interni boliviani…Ecco perché la corsa degli altri è in salita ed il “Paradiso”, già scandagliato per la tristezza degli ambientalisti, si appresta a diventare l’ombelico del mondo che sarà.