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Il grande Sud -

07 luglio 2009

Non solo Neda

Tegucigalpa

 

Isis Obed Murillo Mencía aveva 18 anni ed è la prima vittima della crisi honduregna. Stava manifestando nei pressi dell’aeroporto di Tegucigalpa dove attendeva l’atterraggio, mai avvenuto, del presidente destituito Zelaya. E’ stato colpito mortalmente alla testa, dallo sparo di un M-16 ad altezza d’uomo.

Basta una foto, a volte, a raccontare momenti di storia di un paese e di un’epoca, in questo caso di un’estate internazionale violenta ma anche ricca d’orgoglio, spesso dimenticato. E’ vero. Volevamo fornirvi link, siti, notizie, ma la rete ci ha già pensato a parlare, gridare con una foto d’agenzia che è ormai un passaparola che rimbalza da sito a sito in tutta l’America Latina e presto anche negli Usa, in Europa, in Italia, dove tutto è ormai G8. Eppure voi direte, cosa c’entra quel titolo? Neda Soltani è un’altra storia. Ed invece no, dovunque una voce che manifesta il proprio dissenso viene spezzata da un proiettile e fermata in un’immagine di sangue, nulla cambia, nulla è diverso. Tutti perdiamo un po’ allo stesso modo, da un continente all’altro, in Iran come in Honduras.

 

 

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02 luglio 2009

Il Golpe (o la Transición) nel 2.0

Choluteca Tempi duri per i golpisti o presunti tali. L’Honduras insegna: non è più possibile nascondere le avventure amorose ed i bluff dei figli dei leader (vedi Lothario Castro, rampollo di Fidel), figuriamoci un capovolgimento istituzionale…Non sono bastate sei ore di silenzio domenica mattina, con l’energia elettrica staccata volontariamente, né le tv che alternavano telenovelas e partite di calcio, classico segnale che “qualcosa non andava”. Subito Skype e Twitter hanno dato voce al cambio di potere mentre Zelaya usciva in tv in pigiama dal Costa Rica per condannare il brusco risveglio suo e di un paese. E qualcosa continua a non quadrare…Se i giornali principali (La Prensa, El Tiempo, La Tribuna, El Heraldo, Hondudiario) sono tutti concordi nel dare al nuovo presidente Micheletti i giusti meriti di difesa della Costituzione, tutte le tv che mostrano telenovelas e commenti favorevoli sono ancora accese, vedi MayaTv che addirittura due giorni fa ha mostrato il grande bagno di folla del nuovo leader Micheletti appena insediato, mentre la più oscurata è Canal 8 Poder Ciudadano, invisibile da giorni, vicina al Blocco popolare, mentre le altre trasmettono a sprazzi e quasi nessuna sul web, nonostante siano fra le più clickate e ricercate. E’ tornata a funzionare invece Radio Progreso che sta raccontando dal dipartimento di Yoro le proteste dei sostenitori di Zelaya e su cui si stanno concentrando le emittenti radiofoniche di tutti gli altri paesi per favorire la ripetizione del segnale, sia radiofonico che web. Il dubbio atroce serpeggia su Facebook e sui blog, perlopiù di immigrati negli Usa: ci si può fidare di un amico stretto di Chávez, Ortega e Castro oppure è più inaffidabile Micheletti messo al potere dalla Corte Suprema, dall’esercito, dalla Chiesa (che ha parlato non con il suo esponente principale l’Arcivescovo della Capitale Marradiaga, ma con il suo stretto collaboratore German Calixche ha chiesto dialogo, ha respinto il Golpe ma ha anche definito il ritorno di Zelaya, catastrofico…). La Gringa’s Blogicito è diventato un punto di riferimento per gli honduregni in Nord America che sta invitando a scrivere ad Obama per interessarsi in prima persona della crisi, così come Honduras4Democracy invita a non descrivere Zelaya come un martire ed a valutare le sue ultime decisioni tutt’altro che democratiche…Area Catracha portale che trasmette anche in via radio e video avverte che tutte le emittenti sono presidiate dall’esercito e che questo con il governo impone ai dipendenti dell’impresa elettrica nazionale di staccare i fili quando necessario. Quel che stupisce è soprattutto l’utilizzo delle parole. Golpe de Estado per gli oppositori ancora presenti sul web, “Transición de Poder” per tutti altri siti e motori di ricerca ufficiali, ma ovunque c’è l’impressione che Zelaya e Micheletti abbiano entrambi esagerato e siano solo le comparse di una commedia destinata a finire. Chissà quando.  

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25 giugno 2009

Generazioni virtuali (ed elettorali) a confronto

Carrio_Kirchner_Narvaez

Elezioni anticipate anti-crisi (almeno secondo la presidenta Cristina Fernandez in Kirchner) in Argentina e primo confronto fra la Generación K e la Generación 2.0. Sarà che ormai un po’ tutti i paesi cercano disperatamente un brevetto Obama fatto in casa, possibilmente bello e non necessariamente abbronzato, ma anche in Argentina internet inizia a fare il suo effetto ed il banco di prova è proprio nella capitale Buenos Aires. Lì, dove il Kirchnerismo inizia a vacillare, si sfidano proprio l’ex presidente Nestor Kirchner, neo-peronista, justicialista doc, solo fino a qualche anno fa salvatore della patria ed oggi accusato di familiarismo politico e statalismo e Francisco de Narváez, dissidente peronista, nuovo delfino del potente governatore Macri (per intenderci l’ex presidente del Boca Juniors che fu di Maradona, Caniggia e Batistuta). Il primo ha un elettorato di età mediamente alta, ma gioco forza ha dovuto fare di necessità virtù, aggiungendo al sito www.cristina.com.ar che poco originalmente indirizza a quello governativo www.casarosada.gov.ar, il sito della Generazione K per la “cyber-campagna” del Partito Justicialista digitale, riscoperto dopo la campagna presidenziale di Cristina nel 2007 e gestito dal fotogenico segretario Leandro Vidaurre. Dall’altra parte invece Francisco De Narváez, 55 anni, brizzolato, stile casual, uomo ricco e di successo sfonda su tutti i maggiori social network da Facebook a Sonico, dove ha riunito quasi 12mila sostenitori ed ha ideato una campagna di volontariato elettorale proprio sul web con l’iniziativa Me Ayudás?. L’uomo più felice di questo duello che spopola più di entrambi è Freddy Villareal, un Alighiero Noschese in versione argentina che sta proponendo il “duello” politico, con la sua versione su milioni di schermi. Tuttavia il web resta ancora un’operazione difficile per molti. Se Gabriela Michetti, candidata di punta della destra unificata (Union Pro) nel Distretto di Buenos Aires, vaga somiglianza con la Betancourt, si propone su YouTube sia come cantante o narratrice di aneddoti e chatta attivamente con i suoi sostenitori su Fb, mentre il suo rivale di Coalicion Civica (la sinistra anti-Kirchner) Alfonso Prat-Gay, faccia da bravo ragazzo con future mire presidenziali, ha creato un blog che ospita anche articoli ed opinioni di utenti qualsiasi, è proprio il Fattore K ad essere carente in tecnologia con i suoi candidati, sebbene in vantaggio in 18 distretti su 24. D’altronde quanto conterà l’impatto di internet in un paese dove solo nella Provincia di Buenos Aires il 45% dispone di una connessione a banda larga, mentre solo in altre 6 province la percentuale supera il 10% mentre la media di popolazione con connessione rapida è pari a circa il 9% (secondo l’analista Federico Ricciardi), nonostante l’Argentina sia il terzo paese per navigatori in America Latina dietro Brasile e Messico. Chi vorrà seguire la contesa potrà farlo sugli speciali di Momento24 e su Argentina Elections, ideato dalla British Columbia University.

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18 giugno 2009

La corsa all' "oro bianco"

Uyuni Il Salar de Uyuni, per chi vi si reca come turista, significa essenzialmente un accecante ed immenso paradiso terrestre, ciò che è rimasto del prosciugamento del Lago Minchin, dando vita a due laghi ed un deserto salato, oltre ad una distesa grande 12.106 kmq, con 11 strati salini in media di 7-10 mt di spessore (il Salar de Uyuini, appunto). Tuttavia la maggioranza di chi si trova in quelle zone oggi ha lo scopo di documentarne sensazioni e movimenti come hanno fatto Diletta Varlese o Tyler Bridges nei loro reportages o perché lì è individuato il più grande giacimento al mondo dell’oro “bianco” ben presto destinato a soppiantare quello “giallo” e quello “nero” nei desideri di capi di stato, imprenditori, perfino nei sogni di riscatto della manodopera: il litio. Tutto ciò spiega perché ormai da anni, le più importanti ditte interessate a far vivere con il litio, cellulari, computer, calcolatori, mezzi elettronici di ogni tipo e perfino automobili, siano qui ad esaminare il Salar, a cercare trattative con il “proprietario” boliviano, il presidente Evo Morales che ha nazionalizzato tutte le risorse del paese, a fare analisi, previsioni ed offerte. I primi a giungere per essere presto cacciati furono gli americani della Lithco nel lontano 1990. Oggi i tempi sono cambiati e sebbene nulla è svendibile, si può trattare o almeno così sembrava, visto che la Bolivia ha annunciato in questi giorni per tramite del suo ministro delle Miniere Freddy Beltran di volersi lanciare da solo in questa corsa all’oro, con la prosecuzione del progetto pilota della Corporación Minera de Bolivia (Comibol) impegnata nella costruzione di piscine di vaporizzazione e di impianti di conversione, lasciando a bocca asciutta tutte le ditte che erano arrivate qui, piene di soldi, progetti e speranzose in joint-venture. Sono giunti da ogni parte del mondo: dalla Francia Bollorè con l’impresa metallurgica Eramet, le giapponesi Mitsubishi Motors con Sumitomo e Japan Oil, Toyota con Matsuhita, Nec e Nissan, perfino la Wolkswagen con la Sanyo, la LG dalla Corea. Giappone e Francia sembravano in pole-position, ma poi sono arrivati gli americani di GM e Chrysler, che prima della grande crisi (anche se i propositi restano quelli) ha programmato tre prototipi con motore elettrico e batterie a ioni-litio (Chrysler EV, Jeep EV e Dodge EV), così come si lavora in tal senso in casa Renault e Mitsubishi. E poi non potevano mancare i russi (con l’onnipotente colosso Gazprom, interessato perlopiù al gas) ed i cinesi. D’altronde, secondo uno studio condotto proprio dal Servizio Geologico degli Stati Uniti, in ballo ci sono 500 milioni di tonnellate di carbonato di litio, sebbene la Dirección de Recursos Evaporíticos (Direb) e la Comibol abbiano già messo le mani avanti, affermando che con le moderne tecnologie soltanto 140 milioni di tonnellate sarebbero al momento estraibili, con una riserva rimanente di 350 milioni di tonnellate. Cifre da capogiro che però non coprono la richiesta necessaria all’impresa automobilistica che secondo le analisi della Mitsubishi, avrebbe bisogno di 500mila tonnellate di litio all’anno, troppi visto che l’industria elettronica si appropria di litio in percentuali già enormi. Inoltre soltanto 20mila tonnellate all’anno di carbonato di litio e materiali separati saranno realmente disponibili entro il 2015, per il prodotto finito. Il vero problema è che il consorzio Nikkei (Mitsubishi, Sumitomo e Japan Oil), la coreana LG e la francese Bollorè hanno presentato offerte solo per avere la materia prima, mentre il presidente Morales che tratta in prima persona, chiede industrializzazione, manodopera in loco e tariffe secondo i nuovi adeguamenti interni boliviani…Ecco perché la corsa degli altri è in salita ed il “Paradiso”, già scandagliato per la tristezza degli ambientalisti, si appresta a diventare l’ombelico del mondo che sarà.    

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11 giugno 2009

La chiusura del Festival degli ultimi

Si è chiuso ieri l’XI Festival Internacional de Cine de Derechos Humanostenutosi a Buenos Aires e Santiago del Estero, che sono state per un mese (dal 10 maggio), il fulcro di un evento ormai tradizionale dove sono presentati lungometraggi, corti, documentari e perfino pellicole di animazione indipendenti concentrate in otto sezioni: dall’ambiente all’immigrazione, dai popoli antichi fino alla gioventù ed alla memoria e dedicata alla difesa dei diritti umani. Ed il Festival non poteva non concentrarsi laddove i diritti sono ancora continuamente violati e dove alla povertà si aggiunge il sopruso. Miglior lungometraggio oltre vincitore della sezione “Carceri” è stato l’argentino “Ojos que no ven”, sulla difficile vita nelle carceri, girato nel penitenziario di Ezeiza nella provincia di Buenos Aires, dove la mancanza di spazio, l’ostilità reciproca, gli abusi delle guardie sono all’ordine del giorno. Si è parlato anche di immigrazione con la vittoria del film “O Barcelona o muerte”, con la testimonianza di giovani africani che rischiano la vita su carrette del mare, sognando le coste europee, un messaggio che arriva dritto anche in Italia. E’ stato soprattutto il Festival dell’attualità, dell’ambiente, della terra, dei popoli scacciati via dalle loro case. Così in “De volta à terra boa” del brasiliano Carelli sono proprio gli indigeni del Parà a raccontare la loro storia e la loro organizzazione sociale nelle comunità, nonostante l’invadenza degli occidentali. Nella sezione ambiente "Espejito de Colores” di Miguel Mato ha vinto, denunciando i danni gravi prodotti dalle imprese estrattive di oro e metalli per le industrie, come la contaminazione delle acque e la distruzione di interi ecosistemi naturali per le esplosioni. Un documentari di 62 minuti, questo, visibile in spezzoni perfino su YouTube e raccontato nei minimi dettagli con la forte condanna di 600 progetti minerari solo fra Argentina e Cile senza il minimo rispetto per le comunità locali e le voci delle multinazionali che fanno i loro calcoli e dei difensori che alzano la voce contro tali soprusi. La sezione Ambiente è stata la più vivace ed ha visto riconoscimenti anche per l’opera collettiva “Revedercer”, un manifesto programmatico che partendo da Paraguay ed Argentina fa l’esame di coscienza sui comportamenti inquinanti ed eccessivi del vivere quotidiano e per “Le Sangre de Kouan Kouan”, forse il documentario più emozionante e Mai come in questo periodo più vicino al Perù coinvolto in un’aspra battaglia fra indios in difesa dei propri territori e della propria dignità con il sangue e poteri forti di multinazionali e governi. Il documentario di produzione greca parla delle conseguenze su comunità locali e sulla Foresta Amazzonica ecuadoriana dell’estrazione di 18,5 miliardi di galloni di petrolio da parte della Texaco, dedicata alle tribù dei Tetete e dei Sansahuari. C’è stato spazio anche per l’Italia con il documento prezioso sulle carceri italiane “L’ora d’amore” di Christian Carmosino ed Andrea Appettito premiato dalla giuria, una sezione dedicata a storia e costume di Napoli ed una retrospettiva con tre film di Mimmo Calopresti. Ora tutto questo viene consegnato al web, dove già girano molte delle testimonianze, da facebook ai singoli siti dedicati ai film oltre ai siti degli ulteriori festival che saranno organizzati, dedicati all’ambiente, ai popoli originari, agli ultimi.

CATEGORIE: diritti

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04 giugno 2009

Salento: mare, sole, calcio ed energia

Stadiocapozza Non possiamo non fare una digressione da Sud a Sud per una notizia rimbalzata unicamente nel Mezzogiorno nelle sezioni Sport (fonti: Corriere del Mezzogiorno, La Gazzetta dello Sport), sfiorando solo le cronache nazionali, cui diamo volentieri voce. La nostra digressione ci porta dal Sud America al Sud Italia, Casarano, provincia di Lecce, profondo Salento. Qui la società di calcio che militerà nella Lega Dilettanti la prossima stagione, ha pianificato la ristrutturazione del vecchio Stadio Capozza del 1954, secondo il modello manageriale inglese (salotti, bar, alberghi, sede societaria interna), ma con una particolarità molto…solare. La copertura dello stadio sarà interamente a pannelli fotovoltaici, frutto di un’idea progettuale dello studio di Toti Semerano a Padova, in collaborazione con Fabiano Spano, architetto del gruppo creativo metà italiano e metà messicano (e qui torniamo all’altro Sud) Echomaterico, da tempo impegnato nel campo dell’eco-architecture. La copertura, costituita da pannelli solari per una potenza totale di 620 chilowatt, oltre che offrire uno spettacolo avveniristico di tutto rispetto, si stima potrà favorire la riduzione delle emissioni di oltre 600 tonnellate di CO2 ed inoltre, in virtù del cosiddetto modello “a nastro” che permette di variare di forma ed inclinazione dei pannelli al fine di una migliore esposizione all’illuminazione e quindi di una migliore resa, potrebbe produrre energia per il fabbisogno annuo di 700 abitanti, ma con prospettive di evoluzione. L’impianto storico resterà intatto ed il resto sarà realizzato con gradualità. Tutto è al condizionale, ma tutto è ottimizzabile, tanto più che a detta del progettista Semerano, sarà possibile creare sinergie con le scuole ed altre istituzioni e quindi un circolo virtuoso ecosostenibile. Aspettiamo e vedremo e chissà che il Salento oltre al mare non ci offra tanto sole, tanta energia pulita e perché no, una squadra che sponsorizzi questo colpo di genio in categorie ben superiori. Il calcio del futuro che incontra l'energia sostenibile merita molto. Anche questo è Grande Sud, made in Italy.

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30 maggio 2009

In Argentina con le balene

Ballenas valdes La natura, si sa, ha i suoi orologi e quando l’uomo si sintonizza con loro, in tanti possono godere di uno spettacolo unico e raro, che in tempi di giacimenti offshore e sfruttamento ittico all’osso, rende il mondo migliore. Dal 28 al 31 maggio, nella provincia di Chubut (dal nome del fiume che la attraversa), in particolare a Puerto Madryn, uno dei tanti centri della Peninsula Valdes (la piú importante riserva naturale argentina per biodiversità ed estensione (con quasi 400mila ettari nell’entroterra e 176mila circa di mare), si vive ogni anno, per due volte all’anno (giugno e dicembre) la “Vigilia de las Ballenas”, l’arrivo vicino alle coste della Balena Franca Austral. Se però a dicembre le migliori condizioni meteo dell’emisfero australe permettono il pienone in tutte le cittadine della penisola dichiarata nel 1999 patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, a cavallo della stagione invernale che sta per arrivare l’appuntamento è più difficile, ma non per questo turisti ed appassionati si arrendono. Dal 2006 però l’appuntamento va anche sul web, con 12 ore di filmati giornalieri per quattro giorni sul sito www.chubut.gov.ar/ballenas, la copertura dei maggiori quotidiani argentini e sudamericani, oltre allo speciale sul blog, la storia della Balena. L’esemplare è quasi totalmente estinto nell’emisfero settentrionale, di colore nero con macchie bianche, pesante 54 tonnellate e lunga 17 metri in media, è ormai presente solo nel profondo Emisfero Australe e visibile solo nelle poche occasioni vicino alle coste argentine. Negli scorsi anni, lo spettacolo è stato seguito sul web da circa un milione e mezzo di persone, collegate da 133 paesi. Un numero destinato a crescere…E ne vale la pena esserci in qualunque modo.

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11 maggio 2009

Amazzonia: dove eravamo rimasti?

Amazonia Belem Sull’anno terribile dell’Amazzonia ne abbiamo sentite tante. Innanzitutto che dal giugno 2007 al luglio 2008 è stata registrata una perdita di 11968 kmq di vegetazione pari al 64% dell’intero territorio, secondo l’Inpe (Instituto nacional de pesquisas espaciais). A fronte di questo, il governo brasiliano ha iniziato la sua “offensiva” di protezione del patrimonio amazzonico, nonostante abbia permesso al magnate della soia Blairo Maggi, con la superprotezione del ministro dell’ambiente Carlo Minc (se ricordate Marina Silva ha lasciato il ministero lo scorso maggio in aperta polemica con Lula, dopo essere stata privata di molte competenze e non ascoltata in tema di centrali idroelettriche e sfruttamento di soia e canna da zucchero nella foresta). A fine anno 2008 è stato annunciato in pompa magna il “Piano Amazzonia” che delinea una riduzione del disboscamento per una quota pari al 40% per tutto il 2009, al 30% fra il 2010 ed il 2013 e di un ulteriore 30% fra 2014 e 2017. Dopo l’offensiva ambientale ecco quella militare. A Gennaio Lula ed il ministero competente annunciavano l’impiego di 28 plotoni militari, in aggiunta di 20 già presenti, a difesa delle comunità indigene e del patrimonio ambientale con un investimento fino al 2018 pari 500 milioni di dollari. Nel frattempo i governatorati di Parà e Mato Grosso hanno annunciato azioni legali contro i “disboscatori abusivi e le azioni predatorie dei produttori di soia”. Sarà difficile che un anno prima delle elezioni, però, salti qualche testa. Nel frattempo una ricerca pubblicata dalla rivista “Science”, condotta da 68 ricercatori, 40 istituzioni ha sottolineato un forte aumento dell’immissione di carbone nella Foresta Amazzonica provocata dalla siccità, dalla scarsa crescita di piante e dalla morte di numerosi alberi e dall’uso di combustibili fossili. In tutto l’Amazzonia ha una capacità di immagazzinare dai 90 ai 140 miliardi di tonnellate di carbone, e ne ha inghiottito nelle ultime decadi una quantità pari a circa 2 miliardi di tonnellate ogni anno ed inoltre con una stima di 18 tonnellate di CO2 recepiti in futuro, nel 2030 l’Amazzonia è destinata a scomparire ed al momento è già scomparso il 18% dell’Amazzonia brasiliana. Il rimpallo governo-ricerche scientifiche è durato per l’intero inizio anno. Scienziati brasiliani in vena di ottimismo hanno affermato a febbraio che il 20% dell’area amazzonica disboscata sta dando vita foreste secondarie, in una sorta di processo di rigenerazione e l’Inpe ha rivisto le sue stime che il 19,4% dei 700.000 kmq dell’Amazzonia si è ricostituito negli ultimi anni. L’ultima puntata della saga delle colpe sullo stillicidio amazzonico è datata marzo 2009.

L’ultimo rapporto Geo-Amazonia (150 scienziati di otto paesi della regione amazzonica, coordinati dal Centro de Investigación de la Universidad del Pacífico, con sede a Lima, Perù) nelle sue risultanze ha documentato che “la deforestazione diminuisce l’umidità, accenta erosione e causa siccità, impedendo l’irrigazione naturale dell’Amazzonia e di molti territori vicini”. Lo Studio “Prospettive ambientali in Amazzonia” finanziato da Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e l’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica (Acto) prevede per il 2026 una migliore gestione ambientale ma gravi ritardi nell’efficienza energetica e nel freno alle attività dannose, ha constatato che il 17% dell’Amazzonia (il15% di quella brasiliana) è estinto, come lo sono 26 specie vegetali, 644 ad alto rischio e 3.827 in pericolo o vulnerabili. Ancora più pessimistico lo studio di quest’anno pubblicato da Nature Geosciencesecondo cui con l’aumento progressivo della temperatura di circa 2-3 gradi e confermando i dati sull’assorbimento di carbone l’estinzione dell’85% dell’Amazzonia è prevista entro il 2150 secondo un preciso calcolo computeristico. Realtà o apocalisse? Non è dato sapere, ma il Brasile e Lula tengono a sottolineare che l’Amazzonia è un problema globale che tutti insieme dobbiamo risolvere. Ma il dilemma è sempre lo stesso: energia o ambiente? Soia e Canna quindi Etanolo e Petrobras o Foresta Amazzonica ed indigeni abitanti? Mai compromesso fra energia ed ecologia fu più difficile. Basteranno le promesse di Lula, l’impegno degli indios, disposti a lavorare come guardiani ambientali in seno al governo e gli exploit (conditi da qualche gaffes) del Re Carlo?   

 

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01 maggio 2009

No Aburrirte Mexico!

Influenza Oggi 1° maggio inizia in Messico una serie di giorni di festa nazionale, tutti da trascorrere rigorosamente a casa, nella speranza che i proclami di oggi valgano più degli annunci di una possibile epidemia che già circolavano da diversi mesi (se non anni) e perché “la influenza porcina” sebbene sia studiata e selezionata (ha provocato sinora 12 morti su un totale di 260 casi accertati nel paese), mieterà ancora vittime. Così provate a dire al frenetico ed umorale popolo messicano di fare attenzione ma di non annoiarsi, di stare allerta ma di non spaventarsi troppo, il risultato sarà un mix virtual-televisivo di tutto rispetto. Notimex, la maggiore agenzia di notizie nazionale ad esempio propone un intero portale dal titolo “Tips para no aburrirte”, dove giornalisti, critici cinematografici, presentatori suggeriscono cosa vedere in tv, cosa fare a casa ovvero istruzioni per vivere meglio nella propria prigione. Così fra novelas e lezioni di cucina (mai così opportune, i messicani di solito mangiano fuori a pranzo), ecco comparire i numeri di informazione e soccorso, il presidente che visita L’Istituto diagnostico di ricerca. Esiste perfino Canal22che trasmette 24 ore su 24 notizie sull’evoluzione dell’epidemia e sulle decisioni del governo, alla faccia della tranquillità casalinga. Tuttavia il governo per evitare le paranoie le ha anticipate con tanto di risposta con un comunicato su invenzioni e realtà sull’influenza. L’influenza è ovunque, su twittercome su facebook. Sui siti delle diocesi e della Conferenza Episcopaleci sono avvisi sulla sospensione delle messe, indicazioni per i fedeli e preghiere di affidamento a Dio per evitare il contagio. Nei messicani resta però una incredibile ed insospettabile fiducia interiore. La gente cammina nei parchi, sta utilizzando i mezzi pubblici, insomma vive. E lo testimonia anche il successo dei NO nei simpatici sondaggi standard dei giornali messicani alla domanda “Avete rinunciato ai baci per l’epidemia?” e soprattutto il grande exploit sul web e nelle radio della l'ascolto della cumbia_de_la_influenza, dove si scimmiotta la corsa frenetica alle farmacie nei primi giorni e si da la colpa allo smog. “Distraetevi”, invita la tv, mentre raccomanda mascherine al seguito, carne di pollo o pesce, evitare saluti con baci e mani, mangiare frutta e sperare di svegliarsi dall’incubo…The show must go on.   

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20 aprile 2009

Si chiude il Summit. Compromesso sì, amicizia no

Cumbre 2009 Andando oltre le “carte”, qualcosa è cambiato comunque. Le “carte” infatti, ovvero la Dichiarazione Finale non sono state condivise da tutti. Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua si sono dissociati dagli accordi in materia ambientale ed energetica, apparentemente per solidarietà nei confronti del popolo cubano, ma in realtà per fare l’ultimo tentativo di autonomia economica basato sul petrolio venezuelano e sul gas boliviano e per conservare la “buena cara” di fronte ai subalterni degli Usa (Russia e Cina). E’ curioso che nel paragrafo 49 dedicato allo sfruttamento energetico in chiave di biocombustibili di derivazione in tutto o in parte vegetale, il distinguo sui rischi di disboscamento, disastri ambientali oltre che causa di aumento dei prezzi e di difficoltà di alimentazione, soprattutto per le popolazione indigene, sia stato imposto nella dichiarazione unicamente dalla Bolivia, né dalla Colombia, né dal Brasile che pure ritiene il salvataggio dell’Amazzonia fra le priorità da qui al 2017. Restano tanti nodi irrisolti. Ecuador e Però non hanno trovato ancora nessun accordo sulle barriere all’import-export che vorrebbe il governo di Lima nell’ambito della Comunità Andina. Il gruppo dell’ALBA va per proprio conto e prosegue nel suo progetto di costruire una zona di libero scambio con Cuba, con un’unità monetaria, il Sucre, alternativa al dollaro. Inoltre Obama ha detto chiaramente in occasione dell’ultima conferenza che “da Venezuela e Cuba, aspetta fatti e non solo parole. Ed oggi la risposta di Fidel Castronon è tardata ad arrivare. “Obama è stato evasivo. Qualunque crimine e qualunque ingiustizia in ogni epoca non ha ragione di esistere. Quello che sta capitando a Cuba è al pari di ciò che accadde in Algeria durante il colonialismo francese” ha detto il vecchio Lider Máximo, sottolineando che il Summit è stato molto “ermetico e misterioso” e che l’unico discorso realmente apprezzabile è stato quello del sandinista Ortega(che ha sparato a zero su Usa e sulle promesse politiche ed economiche del presidente Usa). Qualcosa è cambiato. Una stretta di mano, che speriamo sia stata veramente forte (la prova del nove potrebbe essere il ritorno degli ambasciatori in Usa e Venezuela)  e l’ultima buona parola del “bravo padre di famiglia” Lulache ha parlato di “una grande possibilità lanciata dagli Usa per aprire un capitolo storico con l’America Latina”. Al momento la parola d’ordine è “compromesso”, ancora troppo presto per parlare di amicizia. 

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