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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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Il Messico economico dal 2008 al 2009: bilanci, incertezze e sfide

Dal Messico, riceviamo il punto sull’agenda economica, e non solo, del paese per il nuovo anno, con molte questioni in sospeso già nel 2008 e la pesante battaglia contro i narcos.


Dalla riforma fiscale a quella di PEMEX, l’impresa nazionale monopolista che estrae, processa e distribuisce il petrolio messicano; dalla morte del Ministro dell’Interno, Juan Camilo Mouriño, in un incidente aereo, su cui aleggia il sospetto di un attentato dei narcos, agli aiuti USA dell’Iniziativa Merida che iniziano ad arrivare con i primi camion di armi e attrezzature militari; dalle discussioni sulla riforma della giustizia, parzialmente attuata, all’inizio delle campagne elettorali per il rinnovo del Parlamento con l’atteso voto del 5 luglio 2009; dalla guerra al narcotraffico, né persa né vinta, ma comunque causa di oltre 5500 morti quest’anno, ai problemi dell’inflazione generalizzata e, soprattutto, del drammatico rincaro degli alimenti più simbolici e consumati dalla gente comune come la tortilla, i fagioli ed il riso tra gli altri.

Questi sono alcuni temi dell’intensa agenda messicana del 2008 e, senza dubbio, anche del 2009, anno cruciale che il paese, secondo le recenti dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense a Città del Messico, Tony Garza, dovrebbe affrontare serenamente per la stabilità dei suoi conti pubblici e per la crescita costante che ha saputo mantenere negli ultimi anni.

Nella stessa direzione va anche il discorso ufficiale del Presidente Felipe Calderon, sostenuto dai voti dal maggioritario Partido Accion Nacional (PAN) di destra e dal terzo partito, il PRI (Partido Revolucion Institucional), il quale rassicura gli investitori e la popolazione circa la bontà delle iniziative legislative portate avanti dal Parlamento, come la riforma energetica. Il provvedimento consentirà, teoricamente, una maggiore autonomia d’azione alla compagnia nazionale senza privatizzarla o lasciarla in balia del controllo straniero di una o più “grande sorella” interessata alle riserve messicane, sempre più profonde e lontane e, quindi, bisognose di cospicui investimenti freschi.

Se non si fa nulla il petrolio finirà in uno o massimo due decenni. La riforma cerca di rendere più flessibili le norme operative e le possibilità di collaborazione di PEMEX per realizzare nuovi investimenti e ristrutturazioni. Il dubbio sollevato dagli oppositori della corrente del PRD (Partido Revolucion Democratica), Izquierda Unida, la più radicale legata all’ex – candidato presidenziale Andres Manuel Lopez Obrador, era quello che la riforma implicasse una surrettizia privatizzazione e la perdita della sovranità sulle risorse del sottosuolo.

Nonostante tutto, la maggior parte dei membri del partito, soprattutto quelli della corrente socialdemocratica Nueva Izquierda del nuovo Presidente di partito, Jesus Ortega, ha votato la riforma in Parlamento e, in realtà, i dubbi e le problematiche sollevate in quella sede avevano più a che a vedere con la eccessiva sindacalizzazione dei lavoratori della compagnia statale e con la mancanza, ormai da anni, di investimenti sufficienti in ricerca e sviluppo. Inoltre non è stato risolto il problema del prelievo fiscale che lo Stato effettua ogni anno nella Finanziaria dragando circa il 40% del fatturato della compagnia e strozzandone le capacità operative a monte senza aspettare che realizzi utili alla fine dell’anno (cosa che spesso non avviene). Il PRD risulta uscito da una crisi grave che durante tutto l’anno l’ha trascinato ai minimi in termini di gradimento dell’opinione pubblica: la diatriba di sei mesi tra il nuovo presidente del partito Ortega e l’altro leader, Encinas, ha portato a un conflitto elettorale interno senza precedenti e i risultati sono stati ufficializzati a vari mesi dalle votazioni con una scarsa accettazione da parte del candidato sconfitto, Encinas.

Nonostante le rassicurazioni degli “esperti”, la crisi fa paura anche e soprattutto ai tropici dove la precarietà del lavoro, l’informalità e le disuguaglianze socioeconomiche sono tratti ancora più estremi e diffusi di quanto comunque già vediamo in terra europea. In Messico il problema è ancora più sentito vista la vicinanza con il gigante statunitense in recessione con cui il paese intrattiene oltre l’80% delle sue relazioni commerciali estere.

Si prevede il ritorno di masse d’emigranti messicani, stimati dai 300 ai 500mila, che potrebbero decidere di rimpatriare dagli Stati Uniti se la mancanza di opportunità lavorative in quel paese cominciasse a farsi sentire come, di fatto, sembra stia già succedendo. Inoltre, gli attentati contro la popolazione civile durante le celebrazioni della festa dell’indipendenza a Morelia, Michoacan, lo scorso 16 settembre, oltre a 7 morti e 100 feriti, hanno lasciato la triste impressione che i cartelli del narco, primi tra tutti la banda de Los Zetas, possano colpire la gente e le istituzioni con attentati facili e imprevedibili senza che lo Stato si possa difendere adeguatamente, alla faccia delle dichiarazioni rassicuranti sulla lotta criminalità.

Sarà preparato il Messico a dare lavoro a centinaia di migliaia di compatrioti in più? Esiste un pericolo concreto di reclutamento di soldati e trafficanti da parte dei cartelli del narcotraffico in questa popolazione precaria? Si vivranno di nuovo le tensioni forti e i conflitti delle scorse elezioni del luglio 2006 con i sospetti di frode e la guerra sporca tra i candidati? Sono alcune interroganti in terra azteca per l’anno appena iniziato.


Fabrizio Lorusso (http://fabriziolorusso.wordpress.com )

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Los humildes dal Blog di Yoani Sánchez del 6 gennaio 2008 Yo no había nacido cuando en abril de 1961 se declaró el carácter socialista del proceso cubano. “Esta es la revolución socialista de los humildes, por los humildes y para los humildes…” anunció Fidel Castro cerca de las premonitorias puertas del cementerio de Colón. Muchos que lo escucharon, jubilosos y optimistas, suponían que el primer propósito revolucionario sería que dejara de haber gente humilde. Con esa ilusión, salieron a defender un futuro sin pobreza. Al observar a los actuales destinatarios de lo anunciado hace casi cincuenta años, me pregunto cuándo la prosperidad dejará de verse como contrarrevolucionaria. ¿Querer vivir en una casa a la que el viento no logre arrancarle el techo dejará de ser -algún día- una debilidad pequeño burguesa? Todas las carencias materiales que percibo cuestionan el sentido de este colosal vuelco en la historia del país, sólo para que dejara de haber ricos, al precio de que hubiera tantos pobres. Si al menos fuéramos más libres. Si todas esas necesidades materiales no se plasmaran también en una larga cadena que hace a cada ciudadano un siervo del Estado. Si la condición de humildes fuera una elección voluntariamente asumida y especialmente practicada por quienes nos gobiernan. Pero no. La renovada exaltación de la humildad lanzada por Raúl Castro este primero de enero nos confirma lo aprendido en décadas de crisis económica: que la pobreza es un camino que lleva a la obediencia. Gli umili Io non ero ancora nata quando nell’aprile del 1961 venne dichiarato il carattere socialista del nuovo corso cubano. “Questa è la rivoluzione socialista degli umili, fatta dagli umili e per gli umili…” annunciò Fidel Castro vicino alle premonitrici porte del Cimitero di Colombo. Molti che lo ascoltarono, felici e ottimisti, supponevano che il primo proposito rivoluzionario sarebbe stato quello di fare in modo di non avere più gente umile. Con questa illusione, scesero in campo per difendere un futuro senza povertà. Se osserviamo gli odierni destinatari di quanto proclamato quasi cinquant’anni fa, mi chiedo quando il benessere non sarà più giudicato controrivoluzionario. Voler vivere in una casa dove il vento non riesca a portare via il tetto smetterà di essere - un giorno - una debolezza piccolo borghese? Tutte le mancanze materiali che percepisco mettono in discussione il senso di questo colossale accidente nella storia del paese, dato che per smettere di avere ricchi, abbiamo pagato il prezzo di avere tanti poveri. Se almeno fossimo più liberi. Se tutte queste necessità materiali non si trasformassero anche in una lunga catena che fa di ogni cittadino un servo dello Stato. Se la condizione di umile fosse una scelta volontariamente assunta e soprattutto praticata da chi ci governa. Ma non è così. La rinnovata esaltazione della umiltà lanciata da Raúl Castro questo primo gennaio ci conferma quanto abbiamo appreso durante decadi di crisi economica: la povertà è un percorso che conduce alla obbedienza. Traduzione di Gordiano Lupi www.infol.it/lupi