Il Grande Sud - Il Grande Sud

Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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Un’altra idea di Sud

Scuserete se la digressione mi porta a parlare di un altro Sud, ma in fondo il Sud non ha collocazione geografica e forse non è necessariamente il Sud che noi immaginiamo al di sotto di una determinata linea immaginaria geofisica…

L’ho notato viaggiando lungo la linea adriatica e vedendo la diversità dell’Abruzzo: due regioni in una. Da Vasto a Giulianova: villette a schiera, centri commerciali, edifici nuovi e moderni, perfino le chiese hanno un non so che di futuristico. E poi ci sono i lidi gli stabilimenti e gli alberghi. Separati dal cordone ferroviario ed autostradale l’altro Abruzzo è caratterizzato sempre da qualche nuvola densa che copre le cime innevate almeno fino ad aprile. Monti, dove sussistono arroccati piccoli paesi, rigorosamente con case in pietra, distanti l’un l’altro tre chilometri e trenta curve intervallati da boschi e rocce. Due regioni diverse quasi uno scherzo della natura (ma anche dell’uomo) che ne ha determinato scenari urbanistici, ambientali e sociali. E’ tipico dell’Abruzzo, ma anche della Campania, della Puglia, della Toscana, del Lazio. Si badi, non parliamo di economia (anche se paradossalmente i terremoti colpiscono le zone più povere) ma tutto ciò porta ad una riflessione. I governi, i potentati politici, economici, imprenditoriali storicamente si sono dimenticati del vero Sud dell’Italia: i suoi entroterra. Un Sud che dall’entroterra toscano si spinge giù per l’Umbria (dimenticate per un attimo il turismo religioso e l’attivismo perugino), nelle montagne abruzzesi e laziali, nell’Irpinia, nella Lucania, nell’Appennino pugliese e calabrese. Di questi luoghi abbiamo ammirato e valorizzato l’ambiente, l’antichità, la cultura, la tranquillità. Li abbiamo trasformati a volte in paradisi di fuga estiva o natalizia dalle caotiche città, ma li abbiamo condannati ad essere eterna periferia, destinati solo al terziario, all’agricoltura, a pochi piani di piccola impresa. Abbiamo costretto le giovani generazioni di quei luoghi ad andare all’esterno, per non sentirsi all’interno dell’Italia, così dimenticati ed imprigionati. Vedendo L’Aquila dopo un terremoto, con le due defezioni edilizie, l’improvvisa sensazione di essere circondati dal niente, la paura di rimanere soli, come sempre forse, ma a maggior ragione in questo momento, forse traiamo la lezione che l’Italia ha rinunciato alla modernità ed allo sviluppo di certi luoghi, è stato un paese centralista ed accentratore e così ha tolto linfa vitale all’energia ed alla tempra di tanta gente pur forte. E’ l’idea di Sud che ci ha gabbato: relax, incontaminazione, folclore, generosità, ma il resto è nulla. Non c’è traccia di grande tecnologia, di sviluppo, di ricerca, di solidità…Il Sud è fragile ed in fondo il terremoto (come tante volte è accaduto nel Cile extra-Santiago, nel Perù, nell’Ecuador, periferie tortuose del luccicante continente sudamericano) scopre ciò che è nascosto, ma in fondo esiste ovvero la realtà di città e paesi, che pur con tanta buona volontà, sono fermi nel tempo.