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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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Brasile al voto fra presente e futuro

Con Paolo Manzo, giornalista e collaboratore di Panorama, La Stampa e Vita, da S. Paolo, autore di “Lula, il presidente dei poveri” edito da Baldini & Castoldi, parliamo del Brasile alla vigilia del voto di oggi e del futuro promettente ma comunque incerto della terza potenza mondiale emergente.

D. Quali sono stati i temi caldi della campagna elettorale presidenziale e come si giustifica il debordante vantaggio di Dilma Rousseff che pure era indicata fra i candidati meno attraenti per la successione di Lula. Solo effetto taino di Lula o altri  fattori?

P.M. E’ stata una campagna elettorale molto noiosa dove si è parlato molto poco di programmi. L’effetto traino sicuramente è stato importante. Dilma Rousseff è la candidata voluta fortemente da Lula, imponendo la sua volontà anche su quella del Pt, perché Dilma non è tra i fondatori del partito di Lula e vi entrata solo nel 2002. Al di là dell’effetto trascinamento è stato altresì fondamentale il fatto che l’economia brasiliana abbia sostenuto la crescita di 40 milioni di poveri che sono diventati classe media e questa classe media è sua volta diventata maggioritaria, rompendo quella struttura piramidale che caratterizzava la società brasiliana. Oggi questa nuova classe in ascesa vede in Dilma la continuità. Josè Serra, l’avversario del PSDB (il partito socialdemocratico ma sostanzialmente centrista) ha avuto sfortuna nelle due elezioni in cui si è candidato. Nel 2002 si presentò con il cavallo di battaglia della continuità, mentre la gente esigeva cambiamento ed infatti premiò Lula che vinse contro lui; questa volta, proprio per il boom economico ed occupazionale (la disoccpazione è al 6,7%), il consenso della classe media che guadagna fra i 1000-5000 reais al mese, quindi circa 450-2250 euro suddivisi in cinque categorie (A,B,C,D,E) spinge per il proseguimento di queste politiche, mentre Serra ha impostato la campagna nel segno della rottura e del miglioramento, sebbene abbia fatto marcia indietro, inserendo addirittura jingle con l’immagine di Lula affiancata alla sua. La cosa paradossale è che l’effetto traino è così forte che tutti i candidati mostrano le loro foto con Lula e questo è un assist indiretto per Dilma. Quanto ai programmi la Dilma segue la falsa riga della politica di Lula, Serra ha proposto la "Bolsa Familia" che già rientra nei programmi di Lula e l’ha rilanciata per ulteriori 15 milioni di famiglie. Questo programma è già stato attivato per 40 milioni di brasiliani e prevede un minimo di 90 reais per persone povere, più una trentina di reais per ogni figlio minore di 15  anni. Siamo in un periodo positivo e quando l’economia va bene si tende a confermare normalmente chi è al governo. Inoltre, nonostante sia alla fine del secondo mandato, Lula ha un gradimento record che è vicino all’80% e questo spiega il vantaggio di Dilma che è una sorpresa anche perché nel 2003 quando Lula si insediò al Planalto per la prima volta, nessuno avrebbe immaginato la scelta della Rousseff come successore ed invece ora Dilma potrebbe vincere quasi sicuramente e con buone possibilità già al primo turno con una media di consensi, indicata dai quattro principali sondaggi del paese, al 53%.

D. Il tema ambiente è stato il grande assente di questa campagna elettorale nonostante sia una problematica che ha creato fratture e candidature trasversali (quella di Marina Silva) oltre alla questione amazzonica, alla produzione di etanolo fra gli altri. Quali le prospettive e le proposte in questo settore?

P.M. Il tema dell’ambiente è sicuramente centrale e lo dimostra il fatto che Marina Silva, ministro dell’Ambiente del governo Lula, è uscita fuori dal Pt ed ha aderito al Partito Verde, candidandosi alla presidenza con una forbice di consensi del 10-15%, quindi lontana da possibilità di ballottaggio ma comunque significativa nel suo tentativo. Su questo tema si consuma il dilemma storico del capitalismo produttivo. Il Brasile non è come noi europei vorremmo fosse, noi che abbiamo avuto la nostra rivoluzione industriale nel XVIII-XIX secolo e che abbiamo disboscato gran parte dei nostri polmoni verdi. Qui in Brasile è ancora tutto intatto o quasi, ma in Amazzonia abitano milioni di persone, per cui c’è un dibattito aperto su questo tema che è molto controverso, perché si uniscono i due estremi, sia di destra che di sinistra: la produttività ed il progressismo è qualcosa di importante per certa sinistra del Pt; d’altro canto l’estrema destra cavalca il discorso nazionalista per cui, quando qualche ong o movimento ambientalista straniero lancia l’allarme c’è il ricorso immediato alla sovranità nazionale e su questo filone è stata fatta una legge in cui viene limitato l’acquisto di terra da parte degli stranieri. La nostra ottica è un po’ presuntuosa per interpretare ciò che succederà in Brasile. Certamente Marina Silva ha posto in evidenza alcune problematiche che coinvolgeranno il futuro presidente e non a caso ci sono state proteste per le centrali idroelettriche a San Francisco e Belo Monte, in cui sono scesi in campo anche Sting ed il regista Cameron. Tuttavia la popolazione brasiliana di reddito medio-basso è molto urbanizzata ed è interessata all’Amazzonia fino ad un certo punto ed ormai circola l’opinione comune in Brasile per cui, se si vuole che l’Amazzonia venga preservata, non lo si può pretendere gratuitamente. Dunque deve esserci tutela ma deve esserci anche sviluppo. Inoltre l’attenzione sull’etanolo sta scemando perché sul mercato internazionale il prodotto è in crisi e le attenzioni si stanno spostando più sulla soia. Inoltre e c’è stata negli ultimi mesi una riforma forestale che ha destato molte polemiche. Si può concludere sottolineando che Dilma e Serra sul tema non hanno progetti ed opinioni molto discordi e che perfino la stessa Marina Silva  in passato ha affermato che se c’è un interesse globale alla salvaguardia dei polmoni verdi, questo deve essere condiviso anche economicamente e non addossato al solo Brasile.

D. Molti analisti sono concordi nel dire che nonostante nel settore energetico il Brasile sia uno dei paesi più produttivi e forti, è ancora schiavo delle potenti lobbies interne per cui nessun governo, compreso quello del Pt, riuscirà ad invertire la rotta verso uno sviluppo sostenibile. E’ realmente così. E’ una strada senza uscita?

P.M. Non sono d’accordo perché il governo Lula su questo versante è stato un precursore ed ha  iniziato ad imporre strategie e rapporti con il privato che erano difficilmente pensabili. Se riflettiamo sulle pressioni delle lobbies, queste sono state molto influenti durante i due governi di Fernando Henrique Cardoso più sottomessi ad una logica esterna mentre nei governi di Lula ci sono stati dei cambiamenti, ancora parziali sicuramente, anche perché le banche non hanno mai guadagnato così tanto, però lo sviluppo macroeconomico è sostenibile ed è costante ad un tasso del 6-7%.

D. Se guardiamo al Brasile in chiave futura, quello che si prepara ad ospitare grandi eventi, che prosegue nella sua scalata mondiale energetica ed economica, che cosa si può dire in chiave di tecnologia, innovazione sulla “macchina brasiliana”?

P.M. A livello di investimenti in infrastrutture sono stati investiti 1.200 miliardi di reais nel 2009 e quest’ anno ne saranno investiti molti di più. E’ ovvio che siamo ancora agli inizi, c’è un piano di acceleramento delle infrastrutture, il cosiddetto PAC ed è stato realizzato almeno il 30% di quello che c’è obiettivamente da fare. In piena continuità sarà confermato anche Guido Mantega come ministro dell'Economia nella squadra di governo. D’altronde il Brasile è tre volte più vasto dell’Europa e 33 volte più dell’Italia e quindi non è facile dotarlo di una buona rete viaria vicina ai nostri standard, tanto più che si sono alcune buone reti viarie ma altre somigliano a quelle dell’Africa sub-sahariana. C’è una spinta molto forte per gli appuntamenti che sono programmati in futuro, dalle Olimpiadi a Rio del 2016 ai mondiali di calcio del 2014 e che non sarebbero stati mai assegnati in mancanza di fiducia degli organismi sovranazionali sulle prospettive economiche del Brasile, un po’ come accadde per Roma 1960, quando le Olimpiadi furono assegnate ad un paese in piena ascesa economica.  

D. Il Brasile è diventato negli ultimi anni una potenza locale e mondiali, ma quali potrebbero essere  tre punti forti e tre punti deboli della nazione brasiliana?

P.M. Tra i punti forti c’è sicuramente il fatto che il Brasile sia diventato uno dei punti di riferimento della negoziazione Sud-Sud nel consesso internazionale, mentre prima era molto orientato unilateralmente agli Usa anche per motivi geopolitici. Oggi è un partner strategico  con i paesi del vecchio Sud del mondo, il Sudafrica, l’Egitto, l’India, con cui stati intrapresi importanti contatti diplomatici e rapporti commerciali. In secondo luogo l’ingresso nel BRIC che comprende Russia, India e Cina, i paesi emergenti del momento, che stanno dando impulso maggiore all’economia globale anche durante la crisi mondiale e senza i quali la recessione avrebbe avuto conseguenze peggiori. Il terzo punto positivo è la capacità di governance a livello regionale che si è notata anche in varie occasioni come nel caso honduregno. Per molti quella è sembrata una sconfitta, ma il Brasile è apparso come un mediatore credibile laddove questo ruolo era in passato riservato solo agli Usa. Fra i punti negativi il primo fra tutti è il contraltare dei punti positivi che implicano maggiori responsabilità ed infatti alla luce degli accordi nel BRIC, il Brasile, nel campo della cooperazione internazionale, oggi è chiamato a contribuire con forze umane e sovvenzionamenti economici (esemplare è il caso di Haiti) e sarà sempre più assiduo questo impegno nell’immediato futuro. Altro punto negativo per i prossimi anni è il tasso di cambio che è molto sopravvalutato e comporterà un deficit di bilancio commerciale. Il terzo punto negativo riguarda la gestione dell’urbanizzazione in maniera saggia e strutturata, la trasformazione delle favelas in aree popolari è agli inizi e sarà sicuramente decisiva.

D. E’ stato l’anno del boom delle grandi tecnologie e delle reti sociali e del maggiore coinvolgimento delle persone nelle elezioni. Qual è l’idea che i brasiliani, al di là della diversità della popolazione, hanno del Brasile come stato, come potenza emergente?

P.M. I brasiliani sono molto inorgogliti di questo stato di cose e ne sono consapevoli, come sempre capita in questi paesi “bambini”, di fresca ascesa, quando rialzano la testa dopo tanti periodi bui. Si tratta comunque di un nazionalismo “alla brasiliana” non comparabile con quello di altri paesi di lingua ispanica che sono molto più sanguigni. Ti descrivo un esempio emblematico per tutto questo. Recentemente ho visto un ragazzo di colore che voleva entrare in una mostra d’arte e l’addetto alla sicurezza non voleva farlo entrare. Fosse successo una decina di anni fa, quel ragazzo sarebbe andato via senza dire nulla, invece ha fatto valere le sue ragioni ed il suo diritto di entrare, cosa non scontata perché sussiste ancora molto razzismo latente. C’è in ogni caso aria di cambiamento, soprattutto fra le classi che prima erano identificate come basse e che oggi hanno sempre maggiore consapevolezza dei propri diritti.