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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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“Estate Cubana”: intervista a Juan Juan Almeida

Juan Juan Almeida D. Che cosa ha spinto il figlio di un eroe della rivoluzione, che ne ha goduto i privilegi, gli onori e che ha costituito parte integrante della sua famiglia e della sua infanzia a respingere quella rivoluzione?

J.J.A. Non so se per sbaglio o per convinzione – e senza pretenderlo -, nacqui nel centro del potere cubano senza far parte dello stesso. Credo che questa inusuale situazione mi ha permesso di capire meglio i differenti sguardi verso quella singolare moneta che per alcuni era molto positiva e per altri, molto negativa: la rivoluzione cubana. Magari per questo motivo, e con notevole frequenza, entrai in contraddizione con un mucchio di concetti che nessuno mi volle spiegare e fu molto duro scoprire. Già a scuola, da bambino, mi obbligavano ad idealizzare, o meglio divinizzare, quegli uomini che dopo a casa mia, nei giorni di festa, costantemente vedevo sorridere, scherzare, bere, mangiare, andare al bagno, portare regali, etc. E benché facessi parte di quella fantasiosa casta che non si lasciava fotografare, non appena divenni un bambino affabile ed esageratamente innamorato, uscii dalla mia bolla ideale per trovare nuovi amici. Così, a poco a poco, ed anche questo, senza pretenderlo, cominciai ad interagire con quell’altro mondo che non per essere differente, smetteva di essere reale. Tutto ciò mi fece sentire, sognare, cambiare, mi fece pensare, mi sostenne e, come con altri, molte volte mi ferì.       

D. La sua esperienza con la comunicazione è antica e risale già al suo libro-denuncia “Memorias de un guerrillero cubano desconocido”. Come ha reagito la gente a lei vicina alle prime denunce ed ai primi appoggio all’alternativa cubana?

J.J.A. Molto prima di quel libro “Memorias de un guerrillero cubano desconocido” che mi piacerebbe tradurre in altre lingue, io scarabocchiavo già alcuni scritti per i quali fui fortemente criticato nel mio paese. Alcuni anni fa scrissi un racconto, molto simpatico ed irriverente, su un mio trisnonno, gay, che visse, lottò e morì innamorato di un conoscente eminente dell'indipendenza cubana. La famosa Odissea di Omero risultò una bagatella davanti a quel conflitto. Con questo le voglio dire che le reazioni degli esseri umani sono sempre molto differenti. Alcuni mi accettano come tale, altri no, alcuni mi osservano con un certo scetticismo logico, ed altri vedono un figlio di papà che sta simulando un incidente. Io comprendo i criteri e rispetto le opinioni. Non pretendo di vincere, voglio soltanto convincere.

D. Lei ha ideato un blog, conosce molti bloggeros e comunicatori cubani. Che idea si è fatto di questa “rivoluzione virtuale” per mezzo di twitter, facebook e può essere utile oltre che all’esterno anche all’interno per attirare gente ed in particolare le giovani generazioni?

J.J.A. Credo che quella che lei chiama “Rivoluzione virtuale” (twitter, facebook, etc.), è un eccellente mezzo per far conoscere le cose che accadono a in Cuba. Ma occhio, non sono fra le persone che si fidano pienamente della portata di quei mezzi come se fossero fucili. Li considero strumenti pericolosi che devono essere utilizzati con saggezza, perché gonfiano l'ego, tendono a confondere e ci fanno perdere facilmente la soglia della realtà che è molto al di là del semplice schermo di un computer.

D. Nel blog “La Voz del Morro” ha ospitato tutte le persone con particolari problematiche di salute e di divieto di movimento. E’ stata una sua denuncia personale ma anche un modo per denunciare il modello sanitario cubano ed il controllo stretto di qualunque forma di viaggio?

J.J.A. Quando abbiamo un problema, in generale, ci sentiamo come se ci cadesse il mondo addosso. E’ esattamente quello mi è successo; mi sono state chiuse le porte e sono rimasto senza scelta perché il governo cubano aveva scelto per me, secondo le proprie soluzioni. Non mi restò altro che gridare e così sorse “La Voz del Morro”, un enorme confessionale, una porta, un balcone, una finestra, da cui divulgare l'illegalità e l'oltraggio. Un palliativo per alleggerire il peso attraverso la voce dei suoi protagonisti. Non possiamo permettere che Raúl Castro, né nessun altro delinquente o dittatore, calpesti impunemente i nostri diritti.  Per adesso è solo un blog,  molto presto quelle attestazioni mi serviranno come una prova per processare complici e colpevoli di tale violazione.

D. Cuba ed il suo popolo sono intrisi di vitalità culturale, di voglia di conoscere, di sperimentare limitata da una forte penuria economica. In che misura la crisi cubana è da imputare a Castro ed al loro modello e quanto invece all’embargo, ai pessimi rapporti con gli Usa?

J.J.A. Andiamo per gradi. Credo che quello che lei ha chiamato “vitalità culturale” del mio paese è sottomessa ad un controllo e, pertanto, ad un certo freno; quest’ultimo non vuole convincersi del suo stato di progressiva decadenza. Lo vediamo nell'agire della popolazione ed in tutte le manifestazioni artistiche e culturali. A mio parere, non hanno responsabilità né il governo americano, né l’embargo, né il continuo e pretestuoso cliché delle “brutte relazioni” La prova più evidente è lo "scambio culturale" che ha molto di culturale, e poco di scambio. La causa fondamentale della crisi economica in Cuba, è stata la pessima amministrazione dei beni dello stato da parte dello stesso che li monopolizzò e scialacquò senza rendere conto a nessuno, e da 50 anni sta governando quella proprietà che alcuni chiamano Nazione. In alcuni momenti della storia, la politica americana ha colpito l'economia;  ma oggi, l’embargo è un tema molto consunto ed obsoleto, un racconto con l’eroe ed il briccone dove l'eroe non è più tanto eroe, né il briccone è tanto briccone.    

D. Cosa pensa del fatto che molti fra quelli che sono andati via o abbiano ricevuto un permesso siano considerati esiliati o poco coraggiosi e quindi come considera le divisioni che ci sono anche all’interno della dissidenza e dell’opposizione cubana?

J.J.A. Io sono un uomo pluralista che appoggia la diversità. Non posso giudicare nessuno per aver esercitato il proprio diritto a vivere in questo o quel posto; ma posso sicuramente dirle, senza paura di sbagliarmi, che la dissidenza e l'opposizione a Cuba non sono divise. Comprenda anche che la parola “unità”, benché sia in rima, non è comunque uguale ad “uniformità”.

D. Una domanda che rivolto a tutti i blogger e comunicatori cubani. Cosa vede nel futuro di Cuba e nel suo futuro personale?

J.J.A. Non sono Dio e non credo di poter predire il futuro di Cuba o dei cubani, neanche voglio competere con l' “estinto” lider maximo, oggi divenuto un profeta che prevede l'imminente sparizione del mondo con singolare simpatia. Ma posso dire che, dal mio punto di vista, quasi sempre sbagliato, faccio mia la nobile sensazione di una Cuba molto presto libera e felice. Quanto a me che cosa potrei dirle. Non posso sapere che cosa farò nei prossimi 15 minuti, come potrei intuire che cosa accadrà nel mio futuro. Quello che posso dirgli, con assoluta sicurezza, è che il mio futuro starà sempre vicino alla mia famiglia, ai miei amici, agli amici dei miei amici ed ovviamente a lei.

Juan Juan Almeida, figlio di Juan Almeida Bosque, il n. 3 della rivoluzione cubana al fianco di Fidel Castro e Che Guevara, in sciopero della fame per 2 mesi per protestare contro l’impossibilità di utilizzare un visto per gli Usa necessario per curare una malattia degenerativa, lo scorso 25 agosto si è riunito con la sua famiglia in Florida ma lì continua a raccogliere e sostenere la causa di quanti non hanno libertà di movimento fuori e dentro Cuba. E’ stato arrestato per sei volte ed ha denunciato i paradossi della rivoluzione cubana che hanno coinvolto anche suo padre nel libro “Memorias de un guerrillero cubano desconocido”.