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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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Da Evita a Cuba: intervista a Domenico Vecchioni

 Domenico Vecchioni, saggista, ex console a Madrid e Nizza ed ambasciatore a Cuba dal 2005 al 2009, ci descrive l’interesse personale e mondiale per il mito di Evita, tema del suo prossimo libro, le impressioni su Cuba e la sua opinione sul caso Battisti e le probabili ingerenze esterne.

D. Uscirà presto il suo secondo libro dedicato a Evita Peron (“Evita Peron, il cuore dell’Argentina”). Può anticiparci i motivi di questo rinnovato interesse ed i nuovi aspetti che troveremo in questo volume in aggiunta all’immagine mitica descritta nel precedente “La Madonna dei Descamisados”?

D.V. L’interesse per il “mito Evita” si rinnova costantemente, probabilmente perché nella nostra epoca, infestata di personaggi posticci e insignificanti, si sente imperiosa la nostalgia di protagonisti veri, di persone che hanno impresso con sincera passione una svolta storica al loro paese, infondendo dignità e speranza al loro popolo e – come Evita appunto – elevando in maniera spettacolare il ruolo della donna nella famiglia, nella società e nella politica. Un interesse poi particolarmente sentito in Italia che ha, come si sa, “special relationships” con l’Argentina, terra d’approdo in passato per milioni di nostri emigranti. Lo ha ben capito del resto la nostra RAI che ha deciso la produzione di una fiction in grande stile dedicata proprio alla “madonna dei descamisados”, che avrà il volto televisivo della brava Gabriella Pession. Nel nuovo libro – che uscirà a fine febbraio/inizio marzo per i tipi delle edizioni Anordest- ho in particolare cercato di capire meglio le ragioni del mito. Perché, cioè, a quasi sessant’anni dalla sua morte il ricordo di Evita è ancora così vivido, così presente e non solo in Argentina. Alla creazione della “Evitamania” in effetti hanno probabilmente contribuito fattori concomitanti : la rapidità della sua avventura umana e politica, la morte avvenuta nel momento del suo massimo splendore, il suo comportamento da generoso Robin Hood, il suo ruolo di prima, vera donna politica argentina, il feticismo di cui è oggetto, la sua inimitabile vicenda di Cenerentola moderna ecc… Senza tuttavia tacere gli aspetti negativi della sua gestione, che pure ci furono: un certo autoritarismo, un innegabile nepotismo, una tendenza a curare i sintomi dei mali sociali e non le loro cause profonde, un manicheismo tipico delle persone appassionate e fortemente motivate, la noncuranza per le regole contabili e amministrative… Ho inoltre aggiunto diversi episodi e aneddoti della sua vita che mi sono sembrati utili a intendere meglio il personaggio Un personaggio tuttavia che resta molto difficile da cogliere nella sua essenza profonda e certamente impossibile da ingabbiare in una ideologia o corrente politica determinata. Tanto – caso piuttosto unico che raro – da essere eletta eroina sia dalla estrema sinistra che dalla estrema destra! A Roma, nel suo tour europeo del 1947, Evita fu contestata dalla sinistra in quanto “consorte del fascista Perón” e acclamata dai giovani di destra che la salutavano con braccio teso. In Argentina, dopo la caduta di Perón, fu invece invocata dai guerriglieri marxisti come montonera (Si Evita viviera seria montonera!).

Una donna, un personaggio, un mito che non ci si stanca di scoprire e di riscoprire. 

D. Il mito solidaristico di Evita si staglia comunque nell’ambito di un governo molto controverso e contraddittorio. L’ammirazione e l’interesse globale sono legati più all’immagine di Evita come donna del popolo o traggono ispirazione e nostalgia dal ruolo “politico”?

D.V. In realtà Evita era amata non per ciò che faceva, ma per quel che rappresentava. Le gente la venerava, cioè, non tanto per le sue intuizioni politico-sociali o le sue iniziative assistenziali o la sua abilità oratoria, quanto piuttosto per il simbolo che la sua persona incarnava. Evita quindi era molto di più di una vedette. Queste in genere sono stimate per le eccezionali prestazioni fornite nel proprio settore di attività (politico, sportivo, industriale, culturale ecc..). Bella, giovane, entusiasta, figlia del popolo, descamisada, Evita era ciò che in termini cinematografici si definisce una “stella”: veniva cioè percepita attraverso i valori che portava con sé, indipendentemente dalle sue doti professionali. Evita insomma rappresentava per gli argentini la speranza di una vita migliore, la promessa di maggiore solidarietà, il sogno di grandezza nazionale. A trent’anni Evita superava persino i confini del concetto di “stella”, per diventare un mito, un mito vivente, un mito che perdura.

D. Lei ha lavorato e vissuto a lungo in Argentina. Come mai secondo lei il popolo argentino tende a rifugiarsi ed a mitizzare un personaggio simbolo che li trascini ed unisca, come è capitato con Evita ed in misura minore con Alfonsin, Kirchner e perfino con grandi campioni (vedi Maradona)?

D.V. Credo si tratti di personaggi che, in misura diversa, hanno sostanzialmente appagato l’esasperato bisogno degli argentini di affermare la propria identità nazionale, rispetto alle loro origini europee e alle incombenti influenze statunitensi. Quando quindi un personaggio argentino emerge sul piano nazionale e si afferma su quello mondiale, volentieri i “rio platensi” si identificano con lui, per sentirsi in qualche modo “più argentini”, più uniti, più sicuri insomma della propria identità collettiva.

D. Lei è stato anche ambasciatore italiano a Cuba dal 2005 al 2009. Può dirci cosa è Cuba oggi e qual è la versione più credibile sull’eterno rimbalzo di colpe attribuite ora alla rivoluzione ora all’embargo?

D.V. Washington ha sempre avuto nei confronti di Cuba un atteggiamento da “grande ed invadente vicino”, da interessato protettore. Basti pensare al famoso emendamento Platt (un emendamento alla costituzione di Cuba appena indipendente tramite il quale gli americani si riservavano il diritto di intervenire militarmente nell’isola qualora i loro interessi fossero stati minacciati…), basti pensare alla base militare di Guantanamo (un enclave statunitense nel territorio cubano di circa 111 kmq ceduto a Washington in affitto perpetuo…). Quando, dopo la rivoluzione, Fidel Castro volse il suo sguardo e il suo cuore  al’URSS, gli americani pensarono che l’embargo avrebbe contribuito a piegare il regime orami filosovietico. Col passare degli anni, tuttavia, avrebbero dovuto capire che la loro politica in realtà rafforzava Fidel, fornendogli un formidabile alibi per addossare al bloqueo la responsabilità di tutte le carenze del sistema e mettendogli a disposizione un inossidabile strumento di esasperato nazionalismo, in nome del quale venivano chiesti al popolo immensi sacrifici. Sacrifici che i cubani sopportano da cinquant’anni! Dal canto loro i rivoluzionari cubani non hanno mai voluto riconoscere che la loro disastrosa situazione economica e sociale non proviene dall’”esterno” del sistema, ma dal sistema stesso. E’ il sistema che non funziona! Malgrado l’embargo, in effetti, niente avrebbe vietato all’Avana di sviluppare intensi rapporti economici, commerciali e finanziari con il Canada o – ad esempio – con i paesi dell’Unione Europea, stimolandone fortemente gli investimenti così necessari all’economia cubana. Ma per far questo il governo rivoluzionario avrebbe dovuto “aprire” il sistema economico, il mercato. Fidel non lo ha mai voluto fare, temendo di buttare il bambino con l’acqua sporca, temendo, cioè, che aperture economiche liberiste avrebbero avuto riflessi sul piano politico, mettendo in qualche modo in pericolo la sua leadership e il suo totale controllo politico del paese. Contando quindi sull’URSS prima e sul Venezuela dopo per consentire ai cubani di sopravvivere. Ora però che non c’è più l’URSS e che il Venezuela conosce immense difficoltà interne, il governo cubano ha ripreso la vecchia teoria del “cambiare tutto affinché tutto rimanga com’è”.  Iniettare cioè forti dosi di economia capitalista per salvare il “sistema” socialista”. Ma Cuba non è la Cina. Raúl Castro, l’attuale presidente, si è dato una missione impossibile: preservare il sistema politico, il totale controllo politico della popolazione, la nomenklatura, il regime e la stessa dinastia (sembra che stia scaldando i motori per la successione Alejandro Castro, il figlio di Raul) attraverso le ricette dell’economia capitalista più spinta e meno solidale…Missione che difficilmente potrà avere successo e che anzi, paradossalmente, avvierà con ogni probabilità la tanto attesa “transizione”, che certo sarebbe molto facilitata se Washington eliminasse l’inutile embargo!

D. Le aspettative createsi con l’elezione di Obama e gli annunci di apertura dei Castro con avvisaglie di pentimento possono far pensare ad un progressivo cambiamento degli scenari politici e sociali?

D.V. Certamente ci saranno dei cambiamenti. Ma è particolarmente difficile avventurarsi a fare delle ipotesi sui loro risultati finali. Proprio in considerazione della contraddizione intrinseca della missione di Raúl Castro, molti in realtà sono gli scenari immaginabili e tutti credibili. Da quelli più ottimisti (graduale cambio senza scosse e sommovimenti sociali), a quelli più drammatici (esplosione di violenza , vendette personali che covano  da mezzo secolo), a quello assolutamente…originale di un Fidel Castro che ha recentemente dichiarato che il sistema cubano – da lui difeso per mezzo secolo – non funziona più (anche se poi ha confusamente smentito). Insomma l’impressione è che il gioco delle parti tra Fidel e Raúl  continui, tra passi avanti e ritorni al passato al solo scopo di conservare il potere e che in definitiva all’Avana regni la confusione totale. Il popolo cubano in ogni caso continua ad essere assente dalle decisioni che lo riguardano, l’economia del paese continua ad essere in caduta libera, la repressione politica continua in altre forme (arresti ripetuti, numerosi, ma di breve durata per intimidire l’opposizione e per non dare il tempo alla opinione pubblica internazionale di reagire), gli “utili idioti internazionali” continuano ad affollare la corte dell’Avana. Io credo che il futuro di Cuba comincerà solo dopo la definitiva uscita di scena dei Castro, quando il popolo cubano riacquisterà la propria identità smarrita, quando si dissolverà il fanatismo ideologico, quando i cubani potranno finalmente riprendere in mano il proprio destino e decidere, democraticamente e senza condizionamenti esterni, la strada da indicare alle nuove generazioni.

D. Le chiedo un’ultima digressione impegnativo da diplomatico. Qual è la sua impressione sul caso Battisti sul risveglio di sottili accuse di protezioni proibite e derive populiste verso l’America Latina ed in generale anche sull’immagine internazionale dell’Italia.  

D.V. Sul caso Battisti sarò molto poco diplomatico… Non so se ci sono state protezioni  proibite (Madame Carlà Bruni?) o interventi inconfessabili (servizi segreti francesi?). Sta di fatto che Battisti si trova ora in Brasile e che il Brasile – paese amico – ritiene l’Italia non sufficientemente democratica da potervi estradare un pluricondannato…nonostante l’apposito trattato esistente tra i due paesi. Al riguardo vorrei solo ricordare che Battisti iniziò la sua “carriera” come criminale comune e che fu in carcere, dove appunto scontava una pena per delitti “comuni”, che nacque la sua “vocazione politica” a contatto con diversi terroristi. Insomma Battisti è nato criminale e tale è rimasto, visto che tribunali italiani (dopo i prescritti tre gradi di giudizio e con tutte le garanzie per l’imputato) lo hanno condannato per omicidio a 4 ergastoli! Vorrei anche aggiungere che mi pare inaccettabile ricevere lezioni di democrazia dal Brasile, che il nostro prestigio internazionale è stato ulteriormente indebolito e che forse, come del resto ha detto il nostro Presidente della Repubblica, non siamo stati in grado di spiegare ai brasiliani che eri e chi è Battisti. Mi auguro vivamente – anche per rispetto dei familiari delle vittime – che la decisione dell’ex-presidente Lula (presa all’ultimo giorno del suo mandato!)  possa essere annullata, che Cesare Battisti (che fastidio pronunciare questo nome, omonimo di uno dei nostri più luminosi eroi nazionali!) venga presto estradato in Italia e che successivamente si faccia infine luce sulle protezioni proibite e sugli inconfessabili interventi… che pure ci devono essere stati!

Commenti

Angelo M. D'Addesio: Gracias por enviarnos sus notas a la Fundación Casa de la Cultura de Córdoba acerca de temas latinoamericanos. Hemos recomendado su blog a nuestros contactos en nuestro facebooks y blogs de la fundación. Leemos sus artículos, que nos parecen muy interesantes para saber su mirada sobre los países del sur de América. Saludos! Victoria Cocca Directora de Prensa y Relaciones Públicas de la Fundación Casa de la Cultura de Córdoba- Argentina
l'ambasciatore dice bene che cuba non è la cina e, io aggiungo, nemmeno il vietnam. Proprio per questo i governanti cubani faranno le riforme a misura di cuba e resteranno al potere per decine di anni ancora.