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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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L’eterno equivoco “latino” su Juan Pablo II

Juan Pablo obrero Giovanni Paolo II, un perfetto equilibrista fra l’apostolato cattolico ed il freno al comunismo latino-americano? E’ doveroso parlarne in questi giorni, quelli che hanno anticipato e quelli che seguiranno la beatificazione di Giovanni Paolo II, eppure c’è un grande equivoco che coinvolge moltissimi, anche autorevoli, commentatori dell’universo latino-americano e che diventa evidente quando molti ricordano i viaggi in Cile ed il famoso saluto al balcone con Pinochet ma dimenticano distrattamente il viaggio a Cuba ed i colloqui con Fidel Castro? Ha ragione Gianni Minà quando parla del viaggio cubano come una svolta epocale nel cattolicesimo cubano e nel riconoscimento dell’ingiustizia dell’embargo e dei pericoli del capitalismo selvaggio o Sergio Romano (non di certo un fervente cattolico) che ha descritto entrambi i viaggi come “uno scambio che gli aveva permesso d' incontrare i fedeli e di lasciare nel Paese il segno della sua presenza, contando sulla sua capacità di rovesciare a proprio vantaggio i rapporti di convenienza che la Chiesa, durante il suo pontificato, fu costretta ad avere con i potenti”. Ricordare la “balconata” con Pinochet è più facile che ricordare le parole di Giovanni Paolo II ai giovani nello Stadio Nazionale di Santiago:” Non lasciarti sedurre dalla violenza e dalle mille ragioni che sembrano giustificarla. Sbaglia chi afferma che solo passando attraverso di essa si conseguiranno la giustizia e la pace. Giovane, alzati, abbi fede nella pace, compito arduo, compito di tutti. Non cadere nell’apatia di fronte a quello che sembra impossibile. In te germogliano i semi della vita per il Cile del domani”. Un appello che valeva molto più di una stretta di mano al dittatore. Messaggi dello stesso tipo vennero rivolti nel suo primo viaggio in Messico, in Repubblica Dominicana, in barrios poverissimi. Quale interesse avrebbe dovuto avere un Papa appena eletto a recarsi in America Latina in mezzo agli ultimi? Poteva essere solo un rischio. Non so quanti Papi abbiano visitato o visiteranno gli operai ed i minatori di Oruro, o i lavoratori di Trujillo e San Pedro Sula. L’America Latina può contare oggi su decine di santi, beati per molti credenti che sono esempi anche per chi non è un credente, perché fra questi non c’è uno, uno solo di questi uomini e donne che non si sia “sporcato le mani” fra i disperati, gli indios (la colombiana Laura Montoya ed il messicano Cristobal Jara), ma ci sono anche Miguel Augustin Pro, prete beatificato quando ancora il Messico negli anni Novanta lo considerava eversore e sabotatore o Antônio de Sant'Ana Galvão, brasiliano, fondatore del Recolhimento da Luz. Quanto a Romero, al di là dei dubbi sulla Teologia della Liberazione, è indubbio che Giovanni Paolo II fosse colpito dal coraggio del presule, ma ancora bloccato dalla Curia e dai dossier di Paolo VI. Neppure le autorità salvadoregne, pur censurando in tutti i modi, gli impedirono la visita alla tomba nel 1983 e nel 1997 venne avviata la causa di beatificazione resa difficile dalla chiusa politica salvadoregna e dai dubbi forti più dell’attuale Papa che non da Giovanni Paolo II che definì Romero “un pastore zelante ed indimenticabile, ucciso all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico”. Come fu altrettanto decisivo nella nomina e nella missione affidata a Fernando Lugo, vescovo di S. Pedro ed attuale presidente del Paraguay, con cui non si lasciò frenare dalla ritrosia per la Teologia della Liberazione e dai freni del Vaticano. Fu nemico dell’ateismo e dell’anticlericalismo che la sinistra latino-americana professava, certo, ma un Papa non poteva non esserlo e Giovanni Paolo II preferì in ogni caso scegliere la comunicazione piuttosto che la condanna e le conseguenti chiusure. Gli errori ci furono e molti, ma questo può influire sull’infallibilità papale e non di certo sulla buona volontà e l’impegno di un uomo. E la sua beatificazione ha un suo perché nel santuario di Maria de Guadalupe come nella laica S. Paolo. Pensiamoci: se l’America Latina vede avanzare progresso e diritti sociali ed etici al di là di un papato rigido come quello di Benedetto XVI, è impietoso attribuire a Juan Pablo II solo amicizie scomode e colpe per i precedenti regimi. Quel Papa ebbe il compito di dare l'input alle rivoluzioni e non di capeggiarle o agitarle e l'attuale situazione dell'America Latina dimostra che in molti casi ciò è accaduto. Magari accadesse alle offuscate ed assuefatte menti italiane ed occidentali.