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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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Tutti i nomi latini (e non) da Nobel

Ultimi mesi dell’anno, tempo di riconoscimenti, di bilanci e di Nobel. L’America Latina ha già conosciuto la sua consacrazione con la controversa vittoria del Premio Nobel per la Letteratura dello scorso anno di Mario Vargas Lllosa, per alcuni aspro polemista anti-progressismo, per altri spirito veramente libero ed anti-conformista. Le chances di un sequel latino si sono ridotte notevolmente anche perché all’orizzonte mancano personaggi simbolici. Uniche eccezioni sono il poeta, teologo nicaraguense Ernesto Cardenal, ormai 86enne ed il poeta cileno Nicanor Parra. Il primo, più volte candidato al Premio Nobel ed ancora una volta supportato da 150 poeti di 58 nazioni, fra cui la sua compatriota Gioconda Belli, ha dichiarato di non aspirare al Premio già lo scorso anno, ma resta uno dei simboli della poesia di protesta e riflessione, unita alla contestazione ed alla critica religiosa. Il secondo è lo “scomodo creatore dell’anti-poesia”, cileno, con un’impostazione poetica che rompe ogni schema stilistico ed ogni retorica argomentativa. Ironico, mordace, anche lui, ovviamente e fieramente anti-sistema, perfino alla modica età di 96 anni lo scorso anno si concesse uno sciopero della fame in solidarietà agli indigeni mapuches contro il governo. Come accadde a Borges, il grande Premio è sfuggito ad Ernesto Sabato, ultimo monumento della narrativa argentina, scomparso nel maggio di quest’anno mentre la Fiera Internazionale del Libro di Buenos Aires si preparava a festeggiarlo…Difficile pensare a premi postumi. Così come è difficile premiare le rivelazioni, quale è l’opera del colombiano Armando Romero. I grandi favoriti sono di altri lidi, dal poeta siriano Adonis allo scrittore allo psicologo svedese Tomas Tranströmer fino al giapponese Haruki Murakami (c’è anche il nostro Saviano, seppur molto indietro nei favori).

Più complessa, come sempre, la scelta del Nobel per la Pace. Bisognerà vedere se l’Accademia Reale ha scelto la linea della speranza e della diplomazia, come accadde nel 2008 con Ahtissari e nel 2009 con Obama o quella della personalizzazione e del sacrificio diretto. Soltanto nel secondo caso l’America Latina avrà le sue discrete possibilità concentrate su Cuba. La più grande di tutti riguarda le Damas de Blanco, le mogli, sorelle e colleghe di attivisti e dissidenti, prigionieri a Cuba che ormai da mesi sfilano pacificamente per le strade dell’Habana e che ad agosto hanno denunciato perfino rappresaglie fisiche nei loro confronti. Altri candidati eccellenti sono Oswaldo Payà attivista politico cubano, leader del Progeto Varela e del movimento cristiano di liberazione ed Oscar Elias Biscet medico cubano, per 11 anni in carcere ed ora libero, fra gli unici a decidere di restare a Cuba dopo la scarcerazione (la nostra candidatura preferita). Più difficile la scelta delle Abuelas de Plaza de Mayo (le nonne in cerca dei nipoti, figli di desaparecidos) dopo il caso dei fratelli Noble-Herrera e quella del maestro venezuelano José Antonio Abreu. In lizza ci sono il direttore israeliano Barenboim, i protagonisti della Primavera Araba e Wikileaks, ma riesce difficile parlare di “pace” negli ultimi due casi…E c’è perfino Lampedusa, bella candidatura ma poco aiutata dalle nostre figuracce. Vedremo.