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Il Grande Sud di Angelo M. D'Addesio. Attualità, cybercultura, politica e diritti nell'America Latina 2.0

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“Estremista? Si, Grazie!”

Keiko humala Che cosa succede se un’estremista diventa moderato e paradossalmente finisce in svantaggio di 3-4 punti contro una candidata pseudo-moderata con programmi centristi e sorriso rassicurante ma con in tasca proposte di riforma costituzionale, amnistia e riforma della magistratura? Siamo a Lima, ma non nella omonima stazione della MM di Milano ma proprio nella capitale del Perù ed è qui che Keiko Fujimori figlia di Alberto, presidente della nazione andina per dieci anni, con a carico una condanna a 25 anni per violazione dei diritti umani e corruzione sembra avere l’appoggio più grande della popolazione nei confronti di Ollanta Humala, “il chavista”, “colui che vuole cacciare le imprese private e fomentare le lotte indigene estreme”, “un ex militare pericoloso” e così via. Dall’altra parte non è che la campagna elettorale abbia offerto meglio visto che Keiko Fujimori è considerata “un pupazzo del padre che parla con la sua voce”, “un pericolo per la democrazia”, “una ladra” per presunti affari scabrosi negli Usa con l’obiettivo di amnistiare. D’altronde difficile attendersi uno scontro pacifico dopo che tutti i candidati moderati sono stati fatti fuori ed il Perù si è volontariamente scelto un ballottaggio fra l’estrema destra e l’estrema sinistra (per quanto sia difficile considerare Humala un marxista e Fujimori una statalista destro fila). Scontro doveva essere e scontro è stato. Fra i candidati ma soprattutto fra i sostenitori. Più dei gruppi di sostegno, nel paese e nel web furoreggiano i gruppi per il “No a Keiko” o il “No a Humala” rispettivamente con le effigie sbarrate di Fujimori padre ed Hugo Chavez, i loro presunti mentori. “No Keiko” è diventata perfino un’organizzazione no profit che fa partito a sé con circa 175mila sostenitori di ogni parte politica con l’unico scopo di fermare la senatrice di origine giapponese. E si sono scomodati perfino gli intellettuali come Mario Vargas Llosa, Brice Ecenique che hanno firmato un “manifesto contro il fujimorismo”. Ma tant’è tutto il mondo è paese o quasi e molto spesso se non è sempre vero che piacciano più i candidati realmente radicali ma moderni e sorridenti che quelli ingentiliti ma rudi e con storie politiche estreme, è però sicuramente vero (e lo stiamo vedendo) che le campagne “contro” sortiscono un effetto boomerang a vantaggio di chi le subisce. Ed il Perù non è Milano ed Humala non è Pisapia (e neppure De Magistris), nonostante la buona volontà, e di fronte non ha Letizia Moratti o Lettieri ma la figlia di un uomo la cui influenza nel paese è ancora forte e che si è inventata dal nulla un partito chiamato…Fuerza 2011. Ora provate a pensare cosa sarebbe successo se a Milano si fosse presentata come sindaco non Letizia, né Keiko, ma…Marina. E forse il Perù potrebbe aiutarci oggi a vedere cosa potrà succedere in Italia, domani, anzi dopodomani.